Blue Monday, liste, e quella svanita voglia di conquista

In questo periodo, come in molti altri periodi dell’anno, è scoppiata la mania delle liste su Facebook. Liste di tutto: film, opere d’arte, canzoni, album, serie tv. Trovo che sia un modo interessante per scoprire chicche che non si conoscono, nonché per apprendere un po’ di più i gusti e la formazione di chi ci circonda.

Proprio durante la creazione della lista dei miei dieci album del cuore, tuttavia, sono stato travolto da un micidiale attacco di malinconia. All’inizio ho pensato si trattasse solo di un momento di tristezza per la gioventù smarrita, invece, con il passare dei secondi, il sentimento è venuto a galla con tutte le sue sfaccettature. Non credo sia stata colpa del “Blue Monday”, il giorno più triste dell’anno, ricorrenza che cade proprio il terzo lunedì di gennaio.

L’inquietudine si è materializzata scorrendo con il dito la mia collezione di cd: è un gesto che ho perso negli anni, fagocitato dalla pressione del tasto “play” sull’Ipod e dal “follow” su Spotify. Non mi tufferò nella trita retorica del vinile, che mi pare assodato abbia un fascino inimitabile, ma resterò sul tema della mia adolescenza e dell’acquisto dei cd.

Sì, perché analizzando l’antico procedimento di approvvigionamento di un album di mio gradimento, ho provato una sensazione di sconfitta. La tecnologia ha spazzato il feticcio della materia a favore di un’evanescente concetto di “file” che si disperde nel mare magnum della produzione musicale moderna. Prima ancora che nascessi mia madre ha vestito i panni della dj radiofonica. Casa nostra è sempre stata un piccolo e accogliente tempio della musica, con angoli dedicati al giradischi, ai 33 e ai 45 giri (gli odierni singoli), ai mangianastri, ai lettori cd. Ricordo ancora il crepitio della testina uscire dalle casse e quel giorno che mia madre mise un album degli Electric Light Orchestra.
Un bagliore di buon umore invase la sala. Il disco era un momento di condivisione, vera, totale, devastante.

Poi sono arrivati i cd. Aumentavano la qualità audio e la longevità del supporto, diminuiva l’emozione del gesto. Il carrello usciva, si caricava, e si ascoltavano le canzoni. Tutto molto pulito, con quel retro iridescente che ricreava le colorazioni del prisma. Il cd conservava qualcosa che oggi si è smarrito completamente. Il gusto della conquista. Ricordo le “mancette” messe da parte per acquistare i primi album. Il prezzo che aumentava gradualmente, sempre più. I doppi cd che costavano un occhio della testa, dannazione. Il fascino dell’ignoto: “sarà un album decente o farà schifo?”. Si scartava il cellophane e ci si faceva il segno della croce. “I testi saranno presenti all’interno? Come sarà il booklet? Ci troverò qualcosa di sfizioso? Ci saranno fotografie della band?”. Le domande si accavallavano, e non c’era modo di aver risposta se non acquistando, ascoltando. A scatola chiusa. Per questo si cercava di acquistare con criterio, puntando sui pochi artisti sui quali si faceva affidamento. Pochi, ma buoni. Nel 1994 avevo 12 anni. Un paio di anni dopo, quattordicenne, acquistai “Vitalogy” dei Pearl Jam, disco che incarna la soddisfazione di tutti i quesiti d’allora. Grandi canzoni, immenso packaging, trionfo. Voi pensate che io stia scherzando, ma l’assenza di certe emozioni, oggi, è cosa comune alla maggior parte delle esperienze che viviamo.
Partendo dalla musica: Spotify e servizi analoghi come Apple Music e Deezer sono strumenti di base eccezionali, sia chiaro. Ma quanto abbiamo perso rispetto alla condivisione del vinile, al feticismo del cd? La musica non diventa più, da un certo punto di vista, una cosa di nostra proprietà. E’ qualcosa che sfuma una volta utilizzata, che si accasa altrove, per tornare a fare capolino a comando nelle nostre orecchie, attraverso le solitarie cuffie.

Sintetizzo tutto ciò in un fenomeno ormai estinto: il gusto della conquista.

Un gusto che non c’è più, nemmeno verso le persone. Da questo punto di vista ha influito l’avvento e la diffusione dei social. Il corteggiamento è morto, insieme alla discrezione nel porsi al prossimo. Si dà subito confidenza, per arrivare prima a qualcuno che non è, né sarà mai “nostro”, nemmeno in minima parte, sul piano umano.
Siamo “file”, anche noi. Pronti a svanire appena manifestiamo idee e gusti divergenti rispetto a quelli di coloro che .

Un tempo eravamo “cd”. Alle persone potevamo potenzialmente interessare, ma dovevano scartarci e ascoltarci per capire di che pasta fossimo fatti. Dovevano sfogliare il nostro cuore e la nostra mente, per capire se in noi pulsavano qualità.

Oggi no, tutto ciò si è perso. E’ tutta copertina. Solo quella. E poi ascolto fugace, giudizio e abbandono. Esattamente come facciamo con la musica streaming che non è di nostro gradimento.

Invece immaginate che bello se le persone tornassero a conquistarsi. Immaginate quanto sarebbe bello ricevere giudizi, critiche o applausi solo al terzo, quarto ascolto di ciò che abbiamo da dire o che coviamo nel cuore.

Sogno un giorno senza la tecnologia attuale, uno solo. Bussare alla porta di qualcuno o telefonargli per sapere come sta, chiedere al passante se può scattarci una fotografia davanti a quel monumento che tanto ci piace, chiedere un’indicazione per raggiungere un luogo, sedersi in un bar e parlare della squadra del momento davanti a un caffè. Sogno un giorno della fine degli anni ’80.

Quando, pur essendo un bambino ingenuo e con tutta la vita davanti, riuscivo a percepire un mondo privo di tutta la cattiveria e la frenesia di oggi.

Perché eravamo più umani e meno macchine, perché ottenevamo a piccoli passi ciò che ci piaceva, anche con il rischio che ci deludesse.

Abbiamo annullato il rischio e trovato la futilità.

Abbiamo eliminato quel momento di difficoltà nel cercare di alzare il cellophane dall’angolo del cd per poterlo aprire, e scoprire; amare e odiare.

Processed with VSCO with t1 preset
Processed with VSCO with t1 preset

Il cd di “Vitalogy”, fra le mie mani.

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