Nun c’avemo capito un cazzo

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Il settantenne Donald J. Trump è il 45esimo presidente degli Stati Uniti d’America

C’è una sottile linea che separa il tifo dall’analisi.
Ed è che insieme ci stanno come il pecorino romano spolverato sulla crudité di pesce.

La vittoria di Trump ci lascia un retaggio, che è l’orgasmo delle previsioni errate riguardanti le destre nazionaliste emergenti in Europa e i movimenti popolari di protesta.

Il giornalismo globale (non mi sento di accusarne uno in particolare alla luce di quanto avvenuto con l’elezione di Trump) ha commesso l’errore madornale di stilare previsioni, raccontare la società e i possibili scenari futuri declinando tutto con il linguaggio delle preferenze e di quanto fosse auspicabile.

Le linee editoriali e i gusti hanno prevalso sulla reale intenzione, o le capacità, di prendere il polso all’elettorato.

Per farlo non serviva un grandissimo sforzo, in realtà: bastava osservarne la piega culturale. Utilizzerei volentieri il termine “deriva“, ma commetterei lo stesso identico errore di cui sto parlando.

I media propinano, generando proseliti massicci, il modello di vita “trumpiano“. Non è un caso se i profili social di Gianluca Vacchi, Dan Bilzerian Flavio Briatore e via dicendo pullulano di follower. I follower siamo noi, e i follower, votano.

Ma trascendendo dalle dinamiche social, basta uscire di casa un qualsiasi venerdì sera e intraprendere un breve tour dei locali più alla moda della propria città. Non serve un istituto di statistica per compiere un calcolo spannometrico e capire quanti cercano di ostentare opulenza (nella maggior parte dei casi meramente di facciata), e quanti, al contrario, non ne sentano la necessità. Il confronto è impari.

In un momento di crisi acuta l’agio e il benessere, anche raggiunti con mezzi discutibili, diventano modello. E in una fase storica in cui non esiste quasi più la taglia sociale del ceto medio – ovverosia ci ritroviamo un contesto in cui i “poveracci” fanno da contraltare ai “riccastri“, l’ambizione del poveraccio di saltare per agguantare il riccastro e trascinarlo al suo livello, o di scalare il gap che li separa, diventa il motore di un’esistenza intera.

Abbiamo assistito per mesi al massiccio fenomeno iconoclastico nei confronti di Donald Trump. L’immagine ridicolizzata dell’immobiliarista dal curriculum non proprio ineccepibile, dalla chioma circense, sciovinista e spietato, ci ha fatto erroneamente dimenticare che in molti sognano il benessere del tycoon newyorkese.
Quello che ha in tasca Trump è il biglietto da visita migliore per chi naviga in cattive acque.
Ha creato un impero, ha rischiato di dissiparlo con mosse finanziarie dissennate, l’ha riconquistato, si è reinventato politico di successo, ha vinto le elezioni presidenziali.

Trump incarna il sogno americano (e occidentale) moderno, quello dell’uomo che nonostante gli errori vince. Quello che con il potere, ottiene ulteriore potere. 

In un’era in cui la meritocrazia, lo studio, la professionalità vengono costantemente affossate dalle conoscenze, un’era contraddistinta dalla possibilità di comprare anziché costruire, dal mediocre che vince sul virtuoso, il successo di Trump diventa di una banalità disarmante.

E diventa ancora più scontato nel momento in cui Hillary Clinton, l’avversaria politica di Trump, incarna valori politici mediocri e un percorso da statista che nasce dal – discutibile – rapporto affettivo con Bill.

Non c’avemo capito un cazzo, noi giornalisti. Perché pur essendo immersi nella stessa società, nelle stesse dinamiche che ho citato, e bastando poco per prenderne atto e non escludere a priori un possibile, siamo andati avanti ugualmente sul binario morto del tifo o di ciò che ci faceva meno paura. Dimenticando l’analisi, dimenticando il nostro tempo.

Senza renderci conto che tanti, forse troppi, vogliono essere Trump.
O semplicemente uscire da una vita fatta di quotidiana mestizia. 

Che ci sia di lezione, almeno stavolta.

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