Silenzio alla spiaggia di Nettuno

Il piatto tipico di Nizza è l’insalata Nizzarda. E’ un assortito insieme d’ingredienti, freschi e aspri, dolci e salati. Le acciughe insieme alle cipolle rosse, alle fave, ai pomodori e alle uova. E poi tanto altro ancora. Il primo boccone spiazza, al secondo sembra già tutto più chiaro. Ci sono piccole sfumature che legano fra loro i sapori, invisibili denominatori comuni che danno un senso al tutto. L’insalata Nizzarda è forse ciò che rappresenta meglio la città. Luogo italiano, poi francese, porto di mare, crocevia di culture e religioni.

I nizzardi non hanno quasi mai cognomi francesi. Sono italiani, polacchi, russi, ebrei, nordafricani, armeni. Il nizzardo, a differenza dell’insalata, non esiste. Lo riconosci perché parla con un accento marcato molto diverso da quello parigino, e perché ama inserire fra una parola e l’altra qualche esclamazione dialettale.

A Nizza le donne, anche anziane, amano prendere il sole in topless. E’ una forma di libertà che non ha mai urtato nessuno. Ricordo le mie estati da bambino sotto l’ombrellone. Avevo una salute cagionevole, e il mare della “baia degli angeli” era la mia medicina. Lo iodio sferzava i polmoni, lo stomaco si apriva. Ingrassavo, prendevo colore. La spiaggia della Promenade Des Anglais è fatta di sassi. Piccoli, grandi. Fra essi mi divertivo a scovare i cocci di vetro erosi dal tempo e dagli agenti atmosferici. Li raccoglievo in un secchio, sentendomi un po’ colpevole. Tutto sommato quei tocchi di verde e di azzurro in mezzo alle sfumature di grigio delle pietre stavano così bene.

Li ridistribuivo a terra prima di tornare a casa, come un pescatore sportivo che libera i suoi pesci a fine battuta.

“Mangia il tuo pan-bagnat, Alexandre”. Mia nonna mi allungava questo panino, una sorta di insalata Nizzarda racchiusa in una baguette. Chiudevo gli occhi e prendevo il vento sulla faccia, mentre l’olio extra vergine di oliva e il basilico esplodevano nel palato. C’erano sempre signori magrebini che camminavano tra gli ombrelloni vendendo “cacaouette”, mandorle glassate al cioccolato. Se vedevano un bambino come me ne allungavano una da far assaggiare e gli accarezzavano la testa, senza pretese che i nonni o i genitori ne comprassero una porzione.

I bambini erano un ingrediente in più, intoccabile. Gioia per la bellezza di quel luogo.

Tutto era in equilibrio. Tutto. E sono cresciuto con la convinzione che Nizza fosse un Eden di civiltà, natura e convivenza.

Poi da adulto ho iniziato a notare tutti i problemi che sfuggono agli occhi di un bambino. I quartieri ai margini, i senzatetto, le prostitute, gli spacciatori. Le tensioni sottaciute o represse nei palazzi. Ho iniziato a rendermi conto quanto questi ingredienti iniziassero a cozzare con quelli che mi avevano formato.

Ho iniziato a domandarmi se le differenze sociali avrebbero mai portato a una tragedia reale. Magari lì, alla Promenade des Anglais. Dove ciò che è “popolare” si è sempre trovato in equilibrio con il lusso, il multiculturalismo, le abnormi differenze sociali. Pensate a un posto in cui chi possiede tutto resta “gomito a gomito” con chi non possiede nulla.

Sulla Promenade des Anglais ci sono moltissime sedie che guardano il mare.

Ecco. Lì si possono vedere senzatetto sorridere mentre guardano il blu e il celeste, seduti accanto a magnati russi accompagnati da top model che sorridono per le stesse identiche cose. Per lo stesso motivo: la bellezza del mondo in cui viviamo.

Ho iniziato a domandarmi se fra i gangli di queste differenze potessero infilarsi i pensieri deviati di qualche pazzo furioso. Di qualcuno che non sapesse sedersi e guardare il mare. Di qualcuno che pensasse ad altro, a qualcosa di sbagliato.

Il 14 luglio 2016 a Nizza è arrivata la tragica risposta. L’ingrediente che non c’entra nulla, ma davvero, con l’insalata Nizzarda per eccellenza. Quella umana.

Nessun denominatore comune, nessun senso di appartenenza a quel cielo, a quel mare. A quella voglia di sorridere.

Che forse, ogni tanto, basterebbe quello.

Sedersi, guardare il mare, respirare. Farsi sfiorare dal vento e dal sole, dal canto dei gabbiani.

Tornare a sentirsi umani. Ingredienti fondamentali di un piatto che spiazza, ma al quale poi ci si abitua. Nonostante i diversi sapori, nonostante le difficoltà.

Nel silenzio della spiaggia di Nettuno, fra cocci di vetro che sono gioielli e un mondo che è una casa. Di tutti.

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Io alla spiaggia di Nettuno. A pochi metri il selciato su cui si è consumata la strage del 14 luglio 2016.
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