Il terrorismo è l’urlo di un bambino al buio

Lo sappiamo tutti. Quando il maremoto dell’ennesima tragedia legata al terrorismo si placherà, noi torneremo tutti alle nostre vite. Alle nostre bollette da pagare, al nostro Paese che ci delude quotidianamente, alla Juventus che ci fa incazzare e a Belèn che tenta di alzare lo share spostando l’aria con le natiche.

Ci siamo già quasi scordati di Charlie Hebdo, degli spari nel museo Bardo, di quelli in spiaggia a Sousse. 

Vivere nell’epoca del terrorismo significa ingurgitare tonnellate di violenza e conseguente retorica alla velocità della luce. Metabolizzare tutto ed espellerlo. E aspettare che tutto torni, ciclicamente.

È un procedimento spietato, forse il più terrorizzante della finalità del terrorismo: se da una parte punta a spiazzarci e a stordirci, dall’altra crea in noi la consapevolezza che la paura cammini a braccetto con noi. Fino al punto di non percepirla quasi più.

Di Bruxelles ho un ricordo simile a quello che ho di New York. Una città che è un distillato di culture diverse e tutto sommato amalgamate. La capitale culturale di un sogno, quello europeo, forse rivelatosi più ambizioso di quel che si pensava oltre sessant’anni fa. Una città vivace e pulsante che si specchia nell’Atomium, mentre un eterno grigiore avvolge le cozze, le patatine fritte, il cioccolato e la birra più buoni del mondo. Strade piene di sporcizia che si intersecano con giardini ricamati dalla pulizia e dall’ordine.

Non è stata colpita a caso, Bruxelles. Il Belgio è il crocevia di riscatti sociali, con le sue miniere scavate dagli italiani, i suoi africani provenienti da un gravoso retaggio colonialistico, il suo welfare da stropicciarsi gli occhi che tanto ha aiutato chi desiderava puntellare la propria vita e guardare al futuro con ottimismo.

Colpendo il Belgio il messaggio è stato pari, se non più perfido, di quello lanciato nel 2001 al World Trade Center. Nessuno è al sicuro. Nemmeno in un Paese che non ne ha attaccati altri, che è un melting pot globalmente riconosciuto.

E il riassunto di quanto è avvenuto sta tutto nel pianto di quel bambino intrappolato nel tunnel della metropolitana che sta facendo il giro del mondo. 

 Un urlo al buio. Qualcosa di atavico, che ci accomuna tutti. Perché la paura più grande e che tutti soffriamo è quella dell’ignoto incubo che ci assale nel silenzio e nell’oscurità della notte. Da bambini, da adulti.Ecco cos’è il terrorismo. Un grido che non può avere risposte. Perché è troppo irrazionale. Soprattutto per essere spiegato a un fanciullo.

Ricordiamocelo quel grido, prima che tutto sia ancora metabolizzato. Prima che le nostre paure siano cancellate dalla incombente quotidianità.

Il simbolo di Bruxelles è il Manneken Pis, un bimbo dai tratti angelici che fa pipì. Forse ora è spezzato. 

Ma se lo ricomponiamo, noi, possiamo far sì che si rimetta a pisciare.

Magari in testa proprio ai terroristi.

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