Il mio Expo, fra capocciate e alberi bellissimi

Dopo mesi di titubanza ho deciso di visitare Expo nell’ultima settimana di apertura della manifestazione. Scelta per certi versi folle, che tuttavia mi ha dato l’opportunità di osservare tutto quello che desideravo in una sola giornata. Per me i padiglioni erano secondari, ma non fraintendetemi. Ero sì interessato a Expo, a come i Paesi fossero intenzionati ad affrontare il tema della sostenibilità alimentare, ai padiglioni con sembianze da attrazioni all’altezza dei migliori parchi a tema, a un melting-pot forzato che desse a molte persone che non se lo possono permettere, l’opportunità di visitare parzialmente il mondo, a Rho. Io però ero lì per guardare gli esseri umani.
Ed è stato uno spettacolo bellissimo. Per fare un po’ di ordine ho deciso di suddividere in paragrafi la mia expoesperienza. Si tratta di un’analisi personale e non troppo seria, che non ha la presunzione d’essere una sentenza. Il gusto è soggettivo e di seguito leggerete quello che pensa il sottoscritto, solo quello.

L’ARRIVO
Per non essere legato agli orari dei treni ho deciso di raggiungere Expo Milano in auto. A posteriori posso dire di aver fatto una scelta tanto comoda quanto inutile, dato che alle 21 tutti i padiglioni sono di fatto chiusi e avrei potuto prendere il treno anche al ritorno. I parcheggi sono abbondanti e ben serviti. Ho acquistato il posteggio un paio di giorni prima in Internet, al Fiera Parking P4. Nessuna coda, ingresso all’esposizione a 2 minuti cronometrati a piedi. Essendomi accreditato come giornalista freelance mi sono subito recato all’area di ritiro dei badge di riconoscimento. Tutto veloce e ben organizzato. Una ventina di minuti dopo aver lasciato l’auto ero in coda ai tornelli, dove le persone, alle 10 esatte, già scalpitavano per poter entrare. Scoprirò che la frenesia sarà il canovaccio dell’intera giornata. E la colpa è del Giappone.

IL MEDIA CENTER
Alla sinistra dell’ingresso Triulza, accesso di cui ho usufruito, sorge un padiglione dedicato ai giornalisti. Qua si possono trovare un sacco di colleghi che sostanzialmente non fanno una beata mazza. Nervosi come se stessero commentando le dinamiche di un conflitto in atto, musoni. Ci fosse un sorriso come uno che salta fuori. Il media center io l’ho usato per attività legate alla toilette. Però capisco che in linea di massima stare tutto il giorno all’Expo per portare a casa 12 euro lordi possa essere una seccatura.
Alle 19.30, sono tornato per asciugarmi da una sessione monsonica di pioggia, mi sono seduto per rilassarmi un attimo e riscaldarmi un po’. E qui ho avuto uno scambio umano piuttosto significativo. Un giornalista, di cui non farò il nome, in giacca e cravatta e letteralmente fradicio, si è seduto al mio fianco, mi ha sorriso, ha tirato su il catarro cinque volte con il naso e l’ha deglutito. Poi se ne è andato, dopo avermi rivolto un saluto cordiale. Ancora adesso sto domandandomi il significato di tale gesto, ma qualcosa di criptico deve esserci stato, qualcosa che mi sfugge. Fatto sta che al media center non sono più tornato.

La calca di Expo comporta alcune fobie e disagi fra i visitatori, che ora vi descriverò in ordine assolutamente casuale.

GLI INCOLLATI
Molti visitatori temono di smarrirsi, smarrire i loro amici, smarrire i loro compagni. Per contrastare questo timore si scatena il fenomeno delle coppie e delle comitive incollate. Si tengono per mano travolgendo tutto quello che si frappone fra loro e la destinazione prefissata. Non c’è verso di staccarli, e quando ciò malauguratamente avviene, le crisi di panico, le urla, i fischi da stadio a richiamo delle parti mozzate esplodono in tutta la loro drammaticità. Gli sguardi di terrore, quasi come se gli “staccati” terminassero la loro esistenza implodendo nello spazio siderale, rimarranno per sempre nei miei incubi peggiori.

I SELFIE STICK
Grande moda, ahinoi, da un anno a questa parte, il bastoncino telescopico per gli autoscatti è il grande classico del visitatore medio di Expo. Gli insegnanti che accompagnano le scuole in gita lo usano come totem guida delle file, i giovani per fotografarsi durante le interminabili code, i cinesi lo agitano in cielo in segno di gaudio davanti all’albero della vita. Meritano una menzione i due danesi che lo usavano per grattarsi la schiena e un signore che lo adoperava come monopiede anale alla coda per il padiglione del Giappone per potersi sedere.

I LICEALI IN GITA
Platealmente costretti dai professori a visitare una manifestazione di cui non gliene frega niente, usano il Decumano come fosse Corso Vittorio Emanuele a Milano. I ragazzi inseguono le prede designate fischiettando, insultano i professori, aspirano cannoni degni della battaglia di Gettysburg, e in coda si fronteggiano in battaglie freestyle di rutti. L’eccitazione si tramuta in toni di voce adatti al derby Boca-River Plate. Insomma, come riempire una fiera pseudoculturale di persone che vorrebbero essere da Zara o H&M.

I BAMBINI IN GITA
Se siete intenzionati ad avere un figlio non andate a Expo. Io giuro che prima lo volevo. Ora non lo so più. Siete mai stati all’Ikea di sabato pomeriggio? Ecco, l’esposizione universale è un concentrato letale di Ikea di tutto il mondo, il sabato pomeriggio. È come se vi tracannaste un beverone al bromuro. Anche tutti i pedofili del Belgio, che puntavano sull’evento per bazzicare al padiglione del loro Paese, pare abbiano abdicato in massa dall’esasperazione pochi minuti dopo l’avvio dell’evento. I bambini in gita sono l’incarnazione del demonio, il male. Come già accennato nella mia diretta social, inoltre, voglio personalmente ringraziare tutte le scuole d’Italia che hanno deciso di portare tutti gli alunni d’Italia delle elementari a Expo nell’ultima settimana. Ora so di poter proporre a una nota casa farmaceutica un rimedio, senza effetti collaterali all’organismo, per la cura dell’ipersessualità.

GLI INCIDENTI
Sul Decumano, il viale principale di Expo, si può assistere a una serie costante di incidenti pedonali dovuti alla distrazione da cellulare. Migliaia di persone, a testa bassa, camminano a passo spedito pubblicando sui social le foto della manifestazione. Le capocciate, le spallate, le urla di dolore, sono un sottofondo costante. Le constatazioni amichevoli sono una chimera. A volare sono solo Madonne, insulti, in tutti gli idiomi possibili e immaginabili. Una Babele triviale godibilissima. Alcuni volontari, intervistati dal sottoscritto, narrano di persone che sono riuscite a scrivere imperterrite, a testa bassa per ore, senza scontrarsi mai con altri visitatori. Solo una volta rialzata la testa si sono rese conto di essere arrivate sull’Adriatico o sul mar Ligure. Da sottolineare la variante “pioggia” con migliaia di persone che quotidianamente devono ricorrere al trapianto di cornea per essere state infilzate dagli ombrelli altrui.

LE QUATTRO RUOTE
Gli accessi prioritari ai padiglioni, riservati fra gli altri ai disabili e alle persone con bambini nei passeggini, hanno alimentato la moda delle sedie a rotelle, delle motorette elettriche e dell’infanzia che procede fino all’adolescenza. Non è stato raro vedere tredicenni dotati di IPhone con il ciuccio in bocca, e a tratti sembrava di essere più alle Paralimpiadi che a Expo.

RHO COME LOURDES
Gli accessi prioritari hanno stimolato la presenza nella ridente località lombarda di centinaia di migliaia di paraplegici, soprattutto italiani. Dall’inizio della manifestazione, a maggio, la ditta di carrozzine Surace ha eguagliato il fatturato annuo della Apple. Ma Rho, oltre a riunire tante persone in difficoltà, può anche curarle. Il potere miracoloso dei tabelloni raffiguranti il cibo nei ristoranti è al vaglio della Santa Sede. Al ristorante “Tracce” almeno cinque paraplegici hanno trovato la guarigione, sospinti dalla voglia (e dalla fame) di indicare con il braccio la pietanza da consumare. Poi, lasciata lì la carrozzina, sono andati con passo spedito al tavolo per abbuffarsi. Mi sorprende che il rosario a forma di logo Expo non sia stato commercializzato, poteva essere una grande mossa di marketing suffragata dai fatti.

IL FASTIDIO PER LE REGOLE
Gli italiani non sono molto avvezzi al rispetto di cartelli e disposizioni varie. Questa intolleranza si manifesta in tutta la sua potenza al discusso padiglione del Giappone, che con le sue 8 ore di media di attesa e la sua bellezza (forse l’unico che ricorderò davvero), riesce a scatenare gli istinti più anarchici dei nostri connazionali. Le hostess nipponiche alle code imbracciano cartelli con le regole da rispettare per le priorità. Nei sei mesi di Expo hanno dovuto ripassare i fondamenti di judo per mettere al tappeto i contravventori, imparare il milanese per rispondere a tono agli imbruttiti, e usare l’inchino per scopi difensivi/offensivi. I mesi di terapia psicologica che gli serviranno per smaltire il proverbiale disordine italico non si contano nemmeno più. Il ministero della Salute del Giappone sta pensando a misure d’urgenza per contrastare la depressione dilagante.

LA PSICOSI GASTRONOMICA
Nella fascia oraria 12-14.30 i padiglioni e i ristoranti sono letteralmente presi d’assalto. È presumibile che molti abbiano richiesto prestiti alle finanziarie per affrontare la prova alimentare a Expo. Considerato che il piatto più economico in cui mi sono imbattuto è stato un paninetto cileno da 5 euro grande come un bottone, posso solo immaginare la spesa di persone intente a ingozzarsi di qualsiasi cosa commestibile, a qualsiasi ora. Elemento che per giunta prova quanto sia arrivato ai visitatori il messaggio alla base della manifestazione.
Alle 15.52 ho visto un cinese inzuppare dei falafel in un milkshake alla fragola di McDonald’s mentre beveva una non meglio precisata bibita del Congo. A quel punto ho pensato alla sua digestione, e la fame mi è passata.

I PADIGLIONI
La ricchezza non è sinonimo di bellezza. Questa cosa mi ha rallegrato. Paesi che dispongono di potere economico inferiore a veri e propri colossi hanno messo in scena padiglioni spesso più interessanti. Oppure, Paesi sconosciuti hanno davvero azzeccato il tema. Si sono fatti conoscere, senza alcuna presunzione ma con uno spirito davvero allineato al senso della manifestazione. Ho apprezzato molto alcuni cluster di nazioni africane, mentre un plauso voglio tributarlo ai padiglioni di Turkmenistan (di cui molti avranno scoperto l’esistenza solo a Expo) e all’Iran. Deludentissimo il padiglione statunitense, commoventi quelli della Gran Bretagna e dell’Austria. Il primo dedicato al lavoro delle api, animali fondamentali di cui spesso trascuriamo il lavoro per l’ecosistema, il secondo uno stupendo bosco alpino omaggio alla bellezza della natura che stiamo sempre più violentando. Ricorderò anche l’architettura gardalandesca del Qatar e la tristezza che mi hanno trasmesso quelli della Bielorussia e della Moldova.

UN GIUDIZIO FINALE
Credo che Expo, come ho accennato all’inizio, sia stata una bella occasione per chi oggi non può permettersi di viaggiare. Categoria di persone purtroppo sempre più diffusa. La fame vien mangiando, anche quella di cultura, e per migliaia di visitatori che avranno vissuto Expo come un parco divertimenti dove mangiare hamburger, ce ne saranno state decine entusiaste di “recarsi” in mete remote e perlopiù ignote. Il mio timore, che credo condiviso, si concentra sul futuro del sito. A quanto pare Padiglione Italia diverrà una realtà consolidata, per il resto spero che l’area non diventi una semplice distesa di ruderi orribili. Il rischio c’è. Sicuramente dovranno rivedere il concetto di tensostruttura, visto che le coperture erano più forate di una forma di Emmental, cosa che a tratti mi ha fatto credere che gli svizzeri abbiano esteso segretamente il loro padiglione un po’ ovunque. Bellissimo l’Albero della vita, che da bresciano doc posso dire mi abbia emozionato. Un signore alle mie spalle, durante lo spettacolo, ha esclamato “ORGOGLIOBBRESCIA??? Echemminchia è??? Bresciachecazzoè? Nammerdadicittàoh”. Presumendo fosse di Isernia non ho voluto infierire, ma a fronte delle cose che mi fanno vergognare della mia città, quali l’inquinamento, ce ne sono molte che mi fanno gonfiare il petto di fierezza. L’operosità è una di queste. L’albero ne è la sintesi migliore, e mi ha emozionato.
Con la canzoncina “WA” allo spettacolo del padiglione giapponese, le due cose che sicuramente mi porterò nel cuore.

Perché alla fine, è colpa del Giappone.

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One thought on “Il mio Expo, fra capocciate e alberi bellissimi

  1. Hey ciao… io sono stata all’expo penso nel periodo migliore quando le file non erano chilometriche e si riusciva a visitare piu o meno tutto! per me è stata una bella esperienza… se ti va puoi guardare le foto sul mio reportage expo 🙂 la ricorderò sempre con piacere… se ti va cmq seguiamoci .. a presto! GiusyR

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