Il crollo della capanna

L’estate, dalla notte dei tempi, rappresenta la stagione della resa dei conti in amore. Qualcuno crede che ciò sia attribuibile alla riduzione del vestiario, con aumento vertiginoso di centimetri quadrati di pelle in vista, e al crollo delle inibizioni legato alle spine che si staccano dagli impegni della routine quotidiana.

Io ho superato da un paio di anni la trentina, e per quanto l’epidermide femminile al vento mi colpisca ancora, e un barlume di libido scorra ancora nelle mie vene, credo che ogni età abbia fondamenta diverse nella decisione di chiudere una storia d’amore.

Nella mia generazione, che dovrebbe rappresentare la roccaforte di poche certezze acquisite, sto notando, oltre a un precariato sempre più spietato del lavoro, anche un precariato dei sentimenti.

E sto cominciando a credere che le due cose a volte siano tristemente correlate, o che perlomeno, riescano ad influenzarsi a vicenda.

In questi giorni ho appreso di relazioni all’apparenza indissolubili giunte ai titoli di coda.

Epiloghi sanciti dalle partner di sesso femminile.

Amori di anni, carichi di esperienze e condivisioni. Amori nei quali il paradigma era l’interconnessione viscerale tra i partner.

Invece, improvvisamente, qualcosa si rompe.

Le persone palesano il bisogno di solitudine, di resettare la propria vita.

Nessun appello. Dopo lustri, decenni insieme.

L’ex fidanzato “muore”, si rottama. Sì, quasi fosse una vecchia Fiat Ritmo portata dallo sfasciacarrozze. In fondo, gli uomini che subiscono tale trattamento, è così che si sentono. Schiacciati da un evento che sfugge alla loro razionalità, compressi a mo’ di cubo in una vita che non gli calza più.
Persi.

Difficile andare a monte delle situazioni. Ogni storia è storia a sé, ogni amore ha le sue sfaccettature che sfuggono ai terzi.

Però, nelle mani di certe donne, vedo sempre meno sogni e più calcolatrici.

Quelle che usavamo da piccoli, anche per fare le operazioni più semplici.

Vedo donne che, alla virata dei trenta, iniziano a digitare freneticamente.

Sommano i sentimenti e i valori del loro partner, le loro qualità, l’amore che possono dare. E dopo aver schiacciato il tasto “uguale”, si rendono conto che il risultato non soddisfa le aspettative.

Percepisco una crescente spietatezza, un cinismo che da uomo semplice quale sono, nemmeno riesco concepire.

In fondo noi ci accontentiamo di tutto. Magari palesiamo la necessità atavica di un sesso ben fatto, con tutti i crismi del caso. Purtroppo siamo animali, scimmioni. Questa cosa a volte affiora, volenti o nolenti.

Noto un’inversione delle pretese. Forse è una condanna per aver chiesto troppo, in passato, alle donne.

Forse oggi riscuotono loro, licenziandoci per ingiusta causa quando meno ce lo aspettiamo.

E anche i matrimoni, spesso, li interpreto come “premio”. Quando gli uomini raggiungono la condizione che alcune donne auspicano, l’anello si può mettere. Il grande passo è concesso.

Non voglio giudicare questi comportamenti. Non sono un giudice, li osservo e mi limito a dire quel che vedo e sento.

Penso però al passato, e mi chiedo cosa sia cambiato, tutto sommato.

Le difficoltà sono sempre quelle. I soldi che non bastano mai, il lavoro giusto che non arriva, la vita grama.

Già, la vita. Una era un tempo, una è anche oggi. Capisco la necessità di viverla al massimo.

Mi chiedo però quando la comodità sia diventata il nodo centrale dell’amore. Mi chiedo perché le difficoltà spaventino tanto.

Non è questione di masochismo. L’unica difficoltà che non si può risolvere è il cancro terminale.

Con i denti tutto il resto lo strappi, lo mastichi, e lo risputi fuori più bello di prima.

Solo se vuoi, solo se ami.

Oppure, solo se non hai una calcolatrice in mano.

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