Il matrimonio, l’aperitivo, l’amore.

Un invitato addenta una scaglia di grana padano grande quanto una frittata. Alterna bocconi di formaggio a pezzi di salame. Il suo piatto ne è strabordante. “Sono le cose che preferisco ai matrimoni, buonissime. Vuoi metterle a confronto con quella robaccia come il sushi o le tartine?”. Sorrido e annuisco, mentre mi porto alle labbra l’ennesimo sorso di brut Franciacorta. Intorno a me è un festival di pacche sulle spalle, sessioni di tre o due baci. Anziani che si mischiano a giovani, bocche che macinano parole, olive ascolane, fritture, salmone affumicato.

Poi nella sala entrano gli sposi. I chicchi di riso intrappolati nei capelli, nel tulle, incollati al sudore sul decolleté, incastonati nel fiore infilato nel taschino. Sui loro volti si deposita l’espressione sollevata di chi ha raggiunto un’oasi felice, un meritato e sudato premio personale.

Insieme per anni. Forse si trattava di una semplice formalità. O forse no.

Credo che non lo saprò mai, probabilmente.

Un club sandwich in miniatura attira la mia attenzione, è l’ultimo sul vassoio. Allungo la mano, ma un signore di mezza età mi anticipa mettendo fra me e l’ambita preda gastronomica il suo mastodontico pancione. Se lo caccia in bocca intero e mi strizza l’occhiolino.

Rido, imprecando sottovoce con inaspettate doti da ventriloquo.

Il mio bicchiere è vuoto e punto alla zona beveraggio con fare dubbioso.

“Alcolico o non alcolico?”, domanda il cameriere. Senza pensarci troppo e sentendomi un po’ in colpa per la tripletta di brut ingurgitata negli istanti precedenti, scelgo di dare tregua al fegato e opto per l’analcolico alla frutta, pentendomene subito dopo.

I vassoi sono ormai vuoti. Mi accomodo sulla sedia e mi godo la festa.

Tutto sommato anche l’analcolico alla frutta non è male.

Scivola leggero fra le mie papille, rinfresca i sensi.

Poi il mio sguardo torna agli sposi, ai loro sorrisi, al loro velato imbarazzo mentre tutti si congratulano con loro, mentre i fotografi li trattano da vip paparazzati.

Mi domando quale sia la ricetta di un matrimonio felice, di una vita serena in due, se è segreta quanto quella della bibita più venduta al mondo.

Non so darmi una risposta.

Ci penso. Arrivo alla conclusione che nella filosofia del buffet si nasconde la soluzione al mio quesito.

Prendere tutto quello che c’è di buono, che ci piace. Non badare al resto.

Abbuffarsi di ciò che ci fa godere dell’altra persona. Fare strabordare le nostre vite di piacere, quasi fossero piatti ricolmi di fette di salame ed enormi scaglie di grana padano.

Andare avanti a testa alta senza pensare troppo a ciò che di futile o sostituibile abbiamo perso per strada, anche per colpa di prepotenti o meschini.

E se anche ci buttiamo su una scelta che ci lascia dubbiosi, cercare di coglierne gli aspetti positivi.

Anche se sono pochi, anche se è uno solo.

Perché perfino quello, in fondo, riuscirà a sollevarci.

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