L’Italia in un buffet

Abito nella “city” della mia città. Oddio, definirla “city”, se paragonata a quelle delle metropoli americane, è forse eccessivo. Però, ecco, vivo in un quartiere dove si trovano tre grattacieli. E la cosa dà a tutta la zona un’aria molto da “city”. Ciò significa che sì, ci sono bar e tavole calde dove i colletti bianchi dell’alta finanza di provincia vanno a strafogarsi in pausa pranzo, ma la sera tutto tende inesorabilmente ad andare in letargo. Pochi locali, eccezion fatta per una mastodontica birreria in stile finto tirolese a due piani, ricavata in un palazzaccio post-moderno anni ’80, e un bar-rosticceria che sforna pirli* di ottima fattura.

Potete dunque capire il mio gaudio quando, qualche giorno fa, sono stato informato dell’apertura di un nuovo ristorante-pizzeria sotto casa, con pizza napoletana e specialità di mare fiore all’occhiello della casa. Non avendo niente di meglio da fare, e mosso dalla mia proverbiale curiosità, sono andato a buttare un occhio, pur non essendo un amante degli eventi mondani.

Piccolo e nascosto, posizionato fra le filiali di una banca e di una compagnia assicurativa (quasi a triste presagio dell’incombente esperienza sodomizzante che avrei vissuto di lì a poco), il locale traboccava di persone. Famiglie, coppie, coppie con cani, ma soprattutto, illustri esponenti del Movimento nazionale fondamentalisti scrocconi. Gente che, in piccoli gruppi, si sposta per la città in cerca d’inaugurazioni col solo fine di razzolare gratuitamente tutto il razzolabile con malcelata cafonaggine.

Appena entrato, ligio al dovere e alle mie regole di civismo gastronomico, mi avvicino alla hostess intenta a raccogliere i contatti dei potenziali clienti. Comunico il mio indirizzo di posta elettronica, pentendomene dieci secondi dopo. Odio le newsletter. Davvero.

All’interno il ristorantino è carino: il celeste alle pareti e alcuni canvas ispirati al mare rimandano al gusto campano di una locanda della costiera amalfitana.

Ma questa non è una recensione di Tripadvisor. Sappiatelo.

La coda per le bevande è pressoché inesistente: un’avvenente ragazza serve alla spina prosecco scadente e birra, mentre a fianco della spillatrice campeggia una ciotola gigante di quello che dovrebbe essere il succitato pirlo ma che in realtà sembra più punch fatto con la granatina.

La fila per la pizza è delirante: personaggi loschi continuano ad aggiungersi ai lati creando una coda dalla forma che piace tanto a noi tricolori. Quella a imbuto.

Si va avanti a strisciata di lumaca, mentre i pizzaioli sfornano pizze baby alla velocità della luce. La cosa inizia a puzzarmi, così mi stacco dalla fila per capire cosa sta succedendo. Nulla di sorprendente. Dall’altra parte del bancone dei pizzaioli, parenti e amici dei titolari chiedono che le pizze siano preparate per prima a loro. E devono essere ben condite di mozzarella di bufala. Torno in coda e, giunto il mio turno, mi spetta una marinara baby bruciata con un trionfante spicchio d’aglio nel mezzo. “Ora facciamo uscire queste”, mi dice il pizzaiolo strizzandomi l’occhio e tentando (invano) di farmi sentire un privilegiato. A un metro da noi l’altro pizzaiolo continua a sfornare pizze bufaline traboccanti di pomodoro e basilico per gli amici e i parenti del titolare.

Dopo aver degustato la mia pizza, punto al tavolo dei primi e degli stuzzichini. Uno stuolo di cameriere esce dalle cucine con mozzarelline in carrozza, supplì, frittelle al rosmarino. Mi metto in coda, sebbene io sia regolarmente superato da quelli del Movimento scrocconi. Tutti, letteralmente, con la bava alla bocca. Prima di me ce n’è uno che mi svuota davanti i tre vassoi posizionati 22 secondi prima. Sette frittelle al rosmarino, 6 supplì, 8 mozzarelline.

Ritento la coda in un altro punto del tavolo, nel mezzo. Stessa scena: quattro vassoi svuotati dalle due persone in coda prima di me.

Faccio un ultimo tentativo all’altro capo della tavolata: un uomo occhialuto di mezza età mi tira una mezza gomitata nel fianco sinistro e si infila in bocca, senza nemmeno usare il piatto fra le mani, cinque mozzarelline in carrozza.

Mi sorride mentre le fauci gli traboccano letteralmente di cibo, sembra un Labrador con cinque palline da tennis in bocca.

Saluta un suo amico sputazzandomi addosso residui di fritto, e io resto ancora una volta con il piatto vuoto in una mano e nell’altra il bicchiere di prosecco che, con l’aria, ha preso il gusto di un rimasuglio di Tavernello bianco rimasto in frigo per 6 mesi.

In pancia ho una marinara baby bruciata e tre frittelle al rosmarino prese per beneficenza di qualche galantuomo che, mosso da compassione, ha deciso nel frattempo di lasciarmele assaggiare. L’essermi comportato correttamente nei confronti degli altri presenti mi fa quasi sentire in colpa, ma sono certo che il mio buon cuore mi ripagherà.

La speranza riaffiora, infatti, dopo pochi secondi.

Dalla cucina sbuca trionfante un pentolone di risotto allo scoglio. Gli occhi della folla si incendiano di bramosia, quelli del Movimento scrocconi iniziano a emettere versi gutturali da zombie in astinenza di carne umana.

Vengo letteralmente calpestato da una vecchia che tiene due piatti in mano, due sugli avambracci, uno tra i denti. Si rivolge al cameriere dicendo “riempimeli tutti e cinque, abbondanti che io e i miei abbiamo fame”. Quando tocca a me il cameriere inizia a grattare il fondo del pentolone, servendomi nel piatto qualcosa come trenta grammi di riso bruciato, 24 cozze vuote e tre vongole dilaniate.

Finisco il mio prosecco e decido di mettermi in disparte ad osservare lo spettacolo umano, ormai con la fame sopita dal fastidio.

Alla coda della pizza i parenti continuano a reclamare “Siamo amici di Ciro, abbonda con la bufala”, “Sono il cugino di settimo grado di Antonio, butta giù più pummarola”. I pizzaioli obbediscono, mentre nella coda ordinaria, quella senza amici o parenti della proprietà, iniziano a manifestarsi i primi fenomeni di cannibalismo. Qualcuno finge collassi ipoglicemici, altri tentano di spacciarsi per parenti ma vengono prontamente presi a randellate da quelli veri.

Quelli del Movimento scrocconi sembrano essersi dileguati. Veloci e implacabili come le locuste in versione piaga d’Egitto.

Eppure c’è qualcosa che distoglie la mia attenzione dal tremendo melodramma sociale che sta andando in scena.

La tavolata degli stuzzichini e dei primi è letteralmente invasa da piatti ricolmi di cibo. Mozzarelline addentate, risotti e calalamarate lasciati a metà, frittelle e supplì ormai gelati e gommosi.

Cerco di darmi una spiegazione, il cibo non mi sembrava affatto male.

Quando ecco che mi riappare il signore che si era riempito la bocca di mozzarelline. E mi dà la risposta che aspettavo.

Sbatte il piatto ricolmo di cibo sul tavolo e rivolgendosi al suo compagno di scorribande esclama “Casso che maiada, ghe la fo piè”. Che nel dialetto della city, ma anche del centro storico e di molte altre località limitrofe significa: “Ho mangiato troppo, non ce la faccio più”.

Torno a casa con l’orticaria, vorrei mettere sul fuoco due uova ma ho il reflusso gastrico dal nervoso.

Mi sbatto sul divano sbuffando e penso che l’Italia è questa.
E’ in un buffet.

Un buffet dove le cose buone le mangiano gli amici o i parenti di chi è al comando;

Un buffet dove i prepotenti e gli ingiusti si abbuffano lasciando alla massa le briciole;

Un buffet dove, alla fine, rimane solo il segno dello spreco, frutto della mala gestione di pochi.

*Aperitivo alcolico che tutti paragonano allo spritz ma che ha una sua precisa identità

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Il membro del Movimento scrocconi immortalato mentre tenta di rifocillarsi
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