Quel Mango caduto, e poi spremuto

Non ero un fan di Giuseppe Mango.

Non ho mai scaricato un suo disco, non ho mai scaricato una sua canzone. Nemmeno illegalmente.

Lo ricordo per alcune sue hit, una di queste “La rondine”, che in radio passarono in maniera così massiccia da farmelo artisticamente odiare quanto Gigi D’Alessio.

Be’, forse ora sto esagerando.

Ho comunque sempre pensato che fosse un autore con diverse cose da dire.

Raffinatamente schivo, mai ingombrante.

E a dire il vero, quando sentivo riecheggiare “Bella d’estate” dall’autoradio di mio padre (fedele ascoltatore di Radio Italia), mi ritrovavo anche a canticchiarne il ritornello.

Con quegli acuti che allo stesso tempo trovavo fastidiosi come il suono del gessetto sulla lavagna ma “addictive” quanto una raffica di Gocciole inzuppate nel caffè a colazione.

Mai stato un fan.

Tuttavia, quando ne ho appreso la scomparsa ne sono rimasto profondamente toccato.

Un cantante che ha fatto parte dei ricordi sbiaditi della mia infanzia (quando lui aveva la mia età attuale, 32 anni, io avevo 4 anni); ciò che l’ha stroncato mi ha quasi portato via il padre qualche anno fa.

Un po’ di pelle d’oca, onestamente, l’ho avuta. Anche se non ero un fan.

La notizia della sua morte riportava già tutti gli elementi che servivano ai lettori per essere al corrente della dinamica dei fatti: Mango sta cantando “Oro” (sì, quella dello spot dei biscottoni secchi Saiwa, che non mi davano affatto assuefazione a differenza delle Gocciole) durante un live a Policoro, nella sua Basilicata. Si accascia, e pochi minuti dopo esala l’ultimo respiro sulla strada verso l’ospedale.

Punto, stop.

Come in molti di questi casi, però, la tentazione di mostrare di più ai lettori coglie i mass-media, supportati dallo sfegatato e grezzo (non nel senso di cafone, ma di “non lavorato”) senso della notizia di un testimone oculare presente al concerto.

Uno sgranato video girato con uno smartphone e caricato su Youtube mostra Mango al pianoforte durante l’esecuzione di “Oro”. Poi, a un certo punto, la voce si fa sofferente, il cantante stona, dice testualmente “Scusatemi”, rivolto al pubblico, e perde i sensi.
Buio, titoli di coda.

Un video che, probabilmente, sarebbe comunque diventato un “cult” del web. Il “canto del cigno” dell’artista su un palcoscenico, davanti al suo pubblico.

Un po’ come un pilota che muore in pista, un calciatore che stramazza in mezzo al campo.

La morte più romantica. La più feroce.

La pubblicazione del citato video da parte delle maggiori testate è stata ampiamente dibattuta.

Ne ho discusso con amici, colleghi, parenti.

Alcuni trovano sia stato legittimo mostrarlo, molti pensano sia stata una mossa aberrante.

Io, personalmente, non la condivido.

Non perché Mango non fosse sufficientemente famoso, in vista o sulla cresta dell’onda.

Non perché alcune morti celebri possono essere schiaffate in faccia alla collettività e altre no.

La morte è morte.

La differenza, nella fattispecie, sta in quella semplice parola uscita dalle labbra di Mango prima di morire: “Scusatemi”.

Una parola che racchiude tutta la timidezza caratteriale dell’artista, il suo imbarazzo per la performance interrotta.

Una parola preceduta da un acuto stonato, che anticipava il tragico epilogo.

Io ci ho letto un’ultima richiesta di non essere sbattuto in prima pagina, un grido che richiedeva discrezione ai presenti.

La discrezione che ha segnato tutta la carriera di Mango e che, forse, i mass-media avrebbero fatto meglio a rispettare.

Un artista poco avvezzo alle luci della ribalta, anche quando quei pezzi che a me, personalmente, non piacevano, andavano in heavy-rotation sulle stazioni radiofoniche.

La sete di voyeurismo è stata sedata con una spremuta di Mango, e il gioco di parole si presta, visto che un po’ tutti, nelle ultime ore, si sono svagati con l’anagrafe di Giuseppe.

E se si può constatare che abbia lasciato questo mondo sul suo campo di battaglia, davanti allo strumento più affascinante per un musicista, il pianoforte, dall’altro credo che non avrebbe voluto lasciare ai posteri questa ultima immagine di sé.

Come un mezzo fenomeno da baraccone, che non era affatto.

Lui era schivo, lo sapevano tutti.

Mango cantava:

Forse perché ti credevo felice così…

proprio così fra le mie braccia…

forse perché ci bastava arrivare fin qui

come onde di notte sulla spiaggia”…

Ecco, credo che avrebbe voluto anche andarsene così, con quella discrezione:

La discrezione di un’onda di notte sulla spiaggia.

Advertisements

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s