Facebook: cloaca spaventosa, specchio dei nostri giorni

Vorrei per una volta iniziare e finire un post senza essere triviale.
Ma non ce la faccio.
Cazzo, i social network sono davvero una cloaca.
La cosa peggiore è che, se sono così, è per colpa nostra.
Di tutti, dal primo all’ultimo.
Salviamo i cani immortalati mentre si leccano le palle, i gatti mentre pigliano a mazzate la fotocopiatrice e i bambini mentre dormono o fanno qualsiasi altra cosa.
Per il resto questo immenso ammasso di merda l’abbiamo creato noi.
Io, francamente, mi sento malissimo.

Abbiamo iniziato da gesti semplici.
Mostrando i fermi immagine di serate passate con gli amici, di vacanze in luoghi mozzafiato.
Poi siamo passati all’uso dei social come vetrina pubblica delle nostre più feroci vanità.
Ogni successo, ogni traguardo, ogni vittoria personale, dalla più idiota alla più roboante, sbattuta in faccia alla collettività.
Una laurea nuova, un concorso vinto, l’auto cambiata, il cellulare di ultima generazione, un astice accompagnato da una bottiglia di vino costosissima, fino a uno stronzo cacato dopo settimane di stipsi in fondo alla tazza del cesso.
Tutto messo in mostra con uno scatto fotografico. Oppure narrato.
Ci siamo esposti senza ritegno, innescando un effetto domino con tessere fatte di invidia e cattiveria.
Perché siamo così.
Invidiosi e cattivi.
Nella maggior parte dei casi la gioia e i successi altrui ci fanno sparare scintille dalle zone pubiche.

Facebook, prendendo ad esempio il più frequentato dei social, è diventato un autodromo di gare quotidiane a chi è “più degli altri”.
Dobbiamo sembrare tutti più fighi, tutti più in gamba, tutti più sulla cresta dell’onda.
Da che mondo è mondo ci sono persone che hanno più talento di altre, persone che hanno cinque marce in più.
Invece abbiamo perso ogni barlume di obiettività sui nostri mezzi.
Siamo tutti il meglio sulla piazza.
E dobbiamo farlo vedere ogni momento, sempre, a tutti.
Anche io l’ho fatto, pensando che ciò potesse farmi stare meglio.
Eppure non c’è niente di più effimero e inutile di un attestato di stima virtuale che non abbia un minimo riscontro nella realtà.
Sappiamo tutti che la maggior parte delle volte è così.
Sappiamo tutti quanto siamo, in fondo, dei perfetti rosiconi.
Chi lo nega deve solo arrivarci.
O forse la maggior parte di noi non lo realizzerà mai.
Come non ci renderemo mai conto della nostra perfidia.

Abbiamo perso il senso della misura nel momento in cui abbiamo consolidato l’idea che il sarcasmo e la satira potessero toccare tutto.
Palle.
La satira su alcuni temi dovrebbe essere vietata per legge.
Non perché io sia contro la satira, anzi, la adoro.
Però la satira ê stata troppo spesso usata come giustificazione per sfogare gli istinti più beceri.
Scherzare su qualsiasi tema, anche il più intoccabile, è risultato divertente.
Ora però ne paghiamo le conseguenze, con frotte di cialtroni che sfruttano qualsiasi occasione per prendere in giro handicappati, malati terminali, vittime di tremendi fatti di cronaca.
Nella satira qualcuno ci trova, e non riesco a darmi altre spiegazioni, qualcosa di onanistico.
Abbiamo perso per strada la nozione basilare di decenza, insieme alla nostra idea minima di intimità.
Quella decenza che dovrebbe imporci di stare zitti in talune situazioni, di non commentare per forza.
Quella decenza che dovrebbe bloccarci le dita prima di digitare.
Quella decenza che dovrebbe fermare le persone prima di cliccare “mi piace” al post di un uomo che pubblica sulla propria bacheca la frase trionfale “Ti ho ammazzato troia schifosa”, mentre ha ancora i vestiti sporchi del sangue della ex moglie.
Quel senso di intimità che dovrebbe imporci, ogni tanto, di farci esultare in silenzio per i nostri successi, che tanto non fregano quasi a nessuno.
Invece siamo un’accozzaglia informe di fenomeni e voyeur.
E la verità è che il benessere del prossimo ci urta.

Qualche giorno fa ho parlato con un giovane 24enne che mi ha detto che non ha Facebook, semplicemente perché gli fa schifo.
Non ce l’ha, non l’ha mai avuto, e non intende averlo.
Ho invidiato il suo disinteresse per i social network.
Ho invidiato la sua capacità di sbattersene, la sua completa superiorità rispetto al primitivo bisogno di mostrare agli altri quanto fosse bravo in qualcosa in particolare.
Mi odio per averlo invidiato.
Perché è l’invidia, che porta alla perfidia.
I social network vivono di questo.
E io mi sento in colpa per aver alimentato, nel mio piccolo, questo meccanismo terrificante.

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