Ice Bucket Challenge: stereotipo della frustrazione che trionfa sui social

Devo ammettere che sui social ci bazzico parecchio. Mi incuriosiscono, e mi piace analizzarne le dinamiche umane che vi vanno in scena.

Ho cercato spesso di giungere a una scientifica elencazione dei motivi che portano gli internauti a utilizzare i social network ma ogni giorno la classifica si fregia di un nuovo tassello. Ergo questa lista non raggiungerà mai il suo “nirvana”.
E’ in continua evoluzione.

All’ultimo punto, se non avrete la pazienza di snocciolare l’elenco, troverete il succo di questo post. 

– Mostrare agli altri ciò che si mangia

– Mostrare agli altri che si è felici perché si è in vacanza in un posto fiochissimo che diventa ancora più fico se si pubblica una foto con i filtri Instagram, che fanno diventare fico anche Sesto San Giovanni.

– Mostrare agli altri che la propria relazione sentimentale va a gonfie vele. Che ci si bacia sempre. Al mare, in montagna, al bar, al ristorante, al fiume, alla pozzanghera, sotto la doccia, davanti a un tramonto, in una piazza, in una via, in autogrill, al cesso dell’autogrill, a casa, sul divano, al concerto, in coda all’Asl, in coda al cinema, in coda dal salumiere, in coda in posta (e lì ci si bacia davvero tantissimo, visti i tempi d’attesa biblici)

– Dire agli altri che il Paese in cui si vive è una merda

-Inorridirsi per svariati motivi: per la politica, il conto dell’idraulico, i servizi forniti dalla pubblica amministrazione, le tasse, il modo in cui la gente guida, il modo in cui la gente scrive in italiano, il modo in cui la gente si veste, la maleducazione dilagante, le dinamiche sentimentali dei VIP, le dinamiche sentimentali dei NIP, la cafonaggine dei vicini di casa, l’approccio di un corteggiatore etc. (questo è oggettivamente il punto più difficile da completare)

-Esultare per la propria squadra del cuore, per il proprio partito del cuore, per l’andamento di una serie TV, per un obiettivo professionale raggiunto

– Manifestare tristezza per la morte di un cantante famoso, per la morte di un attore famoso, per la morte di uno scrittore famoso; manifestare tristezza per la morte di cantanti, attori, scrittori che fino all’altro ieri non si inculava nessuno

– Andare su Wikipedia per avere un minimo di nozione biografica su un artista che fino all’altro ieri non si inculava nessuno e mostrare grande preparazione a riguardo

-Lamentarsi delle condizioni meteorologiche

-Sfottere una religione a caso

-Trovare un capro espiatorio

-Mandare a quel Paese qualcuno con post pseudoermetici 

-Chiedere giustizia per un fatto di cronaca

-Pubblicare video di gatti

-Pubblicare video di cani

-Pubblicare video di criceti che mangiano lattuga

-Pubblicare video di gatti uccisi dalla mano dell’uomo

-Pubblicare video di cani uccisi dalla mando dell’uomo

-Pubblicare video di criceti uccisi dalla lattuga andata di traverso

-Invocare il veganesimo

-Mostrare che si hanno tanti soldi e gli altri sono degli sfigati

-Mostrare che si hanno pochi soldi e gli altri sono dei privilegiati

Ma soprattutto:

Polemizzare con l’ausilio di carichi pantagruelici di frustrazione esistenziale sui fenomeni virali

E qui tocchiamo il tema dell’Ice Bucket Challenge, che di fatto rappresenta lo stereotipo dei dibattiti sui fenomeni social. In principio arrivarono le cazzate tipo “Harlem Shake” o i balletti di “Happy”. Poi venne il tempo delle vere e proprie idiozie: dai tuffi in piscina dal tetto di un edificio al tracannemento di birra o superalcolici invitando gli amici a fare lo stesso. Infine arrivò il tempo di gesti più o meno significativi per “sensibilizzare” le masse su temi delicati: mangiare una banana (contro il razzismo), mangiare una banana mugugnando (contro l’omofobia), rovesciarsi secchi d’acqua gelata (contro la SLA).

Il denominatore comune di questo mare magnum di fenomeni virali è il meccanismo che si innesca, puntuale come un pendolino Tokyo-Kyoto, al seguito.

Il gesto che dovrebbe sensibilizzare le masse diventa virale. Alcune persone iniziano a dubitare della bontà del gesto in quanto incoerente e/o privo di un reale trasporto da parte di chi lo mette in atto. Chi lo mette in atto spiega di essere perfettamente a conoscenza del problema che il gesto vorrebbe sensibilizzare. L’accusatore dice che è una minchiata perché se chi compie il gesto fosse a conoscenza del problema, metterebbe in atto un gesto diverso. Il più delle volte il dibattito si esaurisce in una manciata di giorni (il tempo che serve ai mass media per smettere di trattare il tema), tra i 3 e i 4 mila commenti, 230 mila notifiche per chi dibatte sul gesto, ampio supporto per chi compie il gesto, ampio supporto per chi critica il gesto. Infine, quando tutto sembra assopirsi, arrivano coloro che criticano quelli che hanno criticato il gesto. E poi ancora quelli che criticano le critiche di chi ha criticato il gesto. E via così, ad libitum. 

Appurato che ogni fenomeno virale ha una coda più o meno analoga, l’unica valutazione empirica che posso trarne è che l’unico retaggio che ci resta di tali fenomeni è un immenso ring dove si è consumato un incontro all’ultimo sangue fra vite frustrate. 

Per questo, meglio evitare come la peste i fenomeni virali.

Molto meglio mostrare agli altri che tra poco divorerò un piatto di gnocchi ai pomodorini. 

Ed è quello che farò, senza polemiche.

Buon appetito.

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